Studio di Psicologia Clinica
Dott.ssa Maria Anna Spaltro
Giovedì, 23 Novembre 2017











Cercare lo psicoterapeuta sul web: cosa è utile sapere

Molti sanno che tra la comparsa del malessere e la decisione di richiedere un aiuto professionale possono trascorrere anche diversi anni, ma come accade per tutti i cambiamenti importanti della vita, non appena presa la decisione di iniziare un percorso psicoterapeutico già vorremmo essere di fronte a qualcuno che si prenda cura di noi.
Oggigiorno la ricerca di informazioni attraverso Internet rappresenta un mezzo veloce, pratico e discreto per raggiungere un buon numero di psicoterapeuti, ma è piuttosto faticoso destreggiarsi tra informazioni diverse fra loro, e spesso si ha la sensazione di non sapere bene cosa cercare. Come individuare dunque il professionista più adatto alle nostre esigenze?
Prima di tentare di rispondere a questa domanda vediamo brevemente cosa è utile sapere riguardo il "lavoro" di ricerca dello psicoterapeuta sul web.

Perché la ricerca sul web è faticosa
Emergono a mio parere almeno tre fattori che rendono la ricerca sul web spesso faticosa: la sovrabbondanza d'informazioni sulla salute mentale, la numerosità dei modelli e delle Scuole, e la mancanza di una rappresentazione sociale dello psicoterapeuta sufficientemente condivisa.
Oltre questi fattori per così dire di contesto, ce ne sono altri che appartengono invece a una sfera più personale. Fra questi occupa un posto di rilievo la paura di affrontare un compito nuovo, complesso ed impegnativo come di fatto è un percorso psicoterapeutico. Ma andiamo con ordine.

La sovrabbondanza di informazioni sulla salute mentale
Senza dubbio avere libero accesso alle informazioni è un diritto di ogni cittadino sopratutto quando si tratta di salute, ma avere troppi dati da analizzare disorienta e distrae da ciò che è necessario sapere.
Se da una parte confrontare i propri sintomi con quelli che visualizziamo sulla pagina web o in un forum può fornire delle indicazioni di massima, ed anche un certo sollievo per il fatto di sapere di non essere soli ad avere lo stesso problema, dall'altra può condurre a una fuorviante quanto inutile generalizzazione. In altri termini, vissuti che esprimono problematiche complesse, variamente articolate, non possono essere ricondotti a un semplice elenco di sintomi senza correre il rischio di spostare l'attenzione da ciò che dovrebbe essere unico e specifico di ogni individuo - e che di regola fonda il progetto terapeutico - a ciò che rappresenta invece una categoria molto vasta di individui simili fra loro.

La numerosità di modelli e di Scuole
Il secondo fattore che pure disorienta e distrae riguarda la numerosità dei modelli e delle Scuole presenti in Italia. Queste ultime sono circa 350 e se si aggiunge l'esistenza di oltre 400 forme di psicoterapia l'analisi diventa ardua oltre che impossibile per i "non addetti ai lavori".
Per sintetizzare possiamo dire che le 400 forme di psicoterapia sono aggregate in tre grandi gruppi: psicoanalitico, umanistico-esistenziale, cognitivo-comportamentale. Al gruppo psicoanalitico appartiene l'approccio che sostiene queste riflessioni e gran parte dei contenuti di questo sito web. Per ciò che riguarda gli altri due gruppi per non cadere in eccessive semplificazioni, rimando al sito web del Ministero dell'Università e della Ricerca
dove è possibile visionare un elenco aggiornato di tutte le Scuole suddivise per regione.
Com'è facile intuire, se da una parte la numerosità dei modelli e delle Scuole riduce il valore attribuito a tale informazione come criterio valido per la scelta dello psicoterapeuta, dall'altra, in accordo con la maggioranza degli autori, ritengo che sia molto più facile trovare somiglianze all'interno di approcci lontanissimi fra loro che all'interno dello stesso gruppo di appartenenza.

La rappresentazione sociale dello psicoterapeuta
E veniamo ora al terzo aspetto: la mancanza di una rappresentazione sociale dello psicoterapeuta sufficientemente condivisa che orienti nella scelta. Per comprendere meglio questa affermazione possiamo riferirci a un facile esempio: quando noi rivolgiamo una richiesta d'intervento a un esperto poniamo in materie fiscali non abbiamo incertezze su cosa aspettarci da questo professionista che riteniamo competente ed esperto di una specifica area. Invece quando parliamo di problemi psicologici spesso nascono dubbi e perplessità su cosa dobbiamo attenderci da chi esercita la professione psicologica. E se possiamo sorvolare sulla conoscenza delle differenze (ma anche delle somiglianze) tra psicoterapeuta e psicoanalista non possiamo sorvolare sull'esigenza ancora molto sentita di spiegare all'utenza le differenze tra intervento psicologico, psichiatrico e neurologico.
E ora spostiamo l'attenzione sull'aspetto più legato alla sfera personale.

La paura di affrontare un compito nuovo, complesso e impegnativo
È assai diffusa l'abitudine a utilizzare criteri "oggettivi" per spiegare (e semplificare) i comportamenti e gli eventi della vita. In ragione di questo meccanismo si tende a far risaltare con maggiore evidenza quei dati o quelle informazioni che rispondono a tali criteri e sui quali ci sembra di poter avere un maggior controllo.

Nel caso specifico della scelta dello psicoterapeuta, le persone vogliono ottenere innanzitutto informazioni su: distanza da percorrere per raggiungere lo studio del professionista, tempi di percorrenza, facilità di parcheggio, onorario e poco altro ancora. Di conseguenza alcune frequenti obiezioni potrebbero essere: lo studio è troppo lontano, l'onorario è troppo elevato per le mie possibilità, lo psicoterapeuta non riceve di sabato oppure di sera tardi o la mattina presto o nella mia pausa pranzo, non so a chi lasciare i bambini.

Inoltre, orientano in modo altrettanto significativo le impressioni filtrate da pregiudizi: la voce dello psicoterapeuta al telefono mi è sembrata fredda e distante, l'appuntamento è troppo vicino allora vuol dire che ha pochi pazienti quindi sarà inesperto, oppure troppo lontano sicché avrà molti pazienti e perciò non si ricorderà di me tra una seduta e l'altra.

In definitiva, sebbene sia innegabile la pressione, soprattutto nelle grandi città, dei vincoli logistici, e sebbene il nostro sia un tempo vissuto in modo frammentato e disomogeneo composto di entrate e uscite da vari ruoli nell'arco della stessa giornata, tuttavia né questo "corri corri" né tanto meno semplici pregiudizi dovrebbero costituire ostacoli insormontabili all'intraprendere un percorso terapeutico.

Chiediamoci piuttosto se questi vincoli non siano a servizio di vere e proprie resistenze al cambiamento. Può sembrare un paradosso ma se da una parte è forte il bisogno di abbandonare comportamenti emotivamente disabilitanti, dall'altra è altrettanto forte "la paura del nuovo" che la psicoterapia può prefigurare. In altri termini, come se non fossimo in grado di rinunciare a quella forma di rassicurazione offerta da quei comportamenti che conosciamo bene e che fanno parte del nostro stile pur sapendo che questi ci provocano un profondo grado di sofferenza.

Quindi, i vincoli posti dal vivere quotidiano, alla luce di quanto appena detto, non dovrebbero rappresentare gli unici criteri di scelta dello psicoterapeuta, o quanto meno non dovrebbero essere collocati ai primi posti nella lista dei criteri possibili.

Ciò che il web non svela: il rapporto terapeutico e l'importanza del primo colloquio
Dopo queste considerazioni generali proviamo ora a chiarire meglio quali aspetti potrebbero invece aiutarci nella scelta dello psicoterapeuta.
Prima però occorre ancora fare una premessa: uno dei filoni di ricerca più produttivi degli ultimi anni riguarda l’efficacia dell’intervento psicoterapeutico. I risultati delle ricerche sui fattori che influenzano la riuscita di un trattamento concordano nel ritenere che non è tanto l'orientamento dello psicoterapeuta o la Scuola di appartenenza ad avere il peso maggiore, quanto i vari aspetti che definiscono e in varia misura determinano il rapporto terapeutico (in estrema sintesi, e in relazione a ciò che vorrei mettere in risalto in queste brevi riflessioni, il rapporto terapeutico può definirsi come la collaborazione e la fiducia reciproca verso il raggiungimento degli obiettivi terapeutici). In tali ricerche il rapporto terapeutico è posto in relazione sia agli esiti sia al mantenimento dei risultati: Periodi più lunghi di terapia sono correlati positivamente a esiti migliori a lungo termine. Attualmente le terapie cognitive-comportamentali di radice empirica-positivistica americana, sono le più diffuse e verso questo approccio si orientano in genere quei pazienti che preferiscono trattamenti più direttivi e mirati al sintomo. Al riguardo bisogna però dire brevemente che le terapie cognitive-comportamentali risultano efficaci nel breve tempo per quelle popolazioni target su cui sono state testate. Ricordiamo che in questi casi gli standard d’inclusione nel campione sperimentale sono abbastanza rigidi ossia i soggetti non devono presentare disturbi diversi (comorbillità) da quelli oggetto d’indagine e naturalmente essere molto collaborativi con i ricercatori.

Tuttavia riferendoci a questo modello vale la pena sottolineare che la complessità delle numerose forme di sofferenza umana esige una modalità di approccio che tenga conto non solo dei comportamenti osservabili ma anche dell’origine profonda dei problemi. Ma d'altro canto, è ormai noto che l'esperienza clinica porta ogni psicoterapeuta (al di là del suo orientamento quindi) a riconosce la necessità di trattamenti più lunghi e più articolati quando si devono affrontare difficoltà che riguardano disturbi di vecchia data, sintomi fisici e problemi che coinvolgono contemporaneamente più aree della vita di relazione del paziente.

Dopo questa breve digressione sul rapporto tra terapia mirata al sintomo in genere di breve durata e terapie più lunghe ed articolate, torniamo ora alla domanda iniziale su cosa è utile sapere per una scelta ponderata dello psicoterapeuta e ribadiamo che i quattro fattori prima citati (la sovrabbondanza di informazioni sulla salute mentale, la numerosità di modelli e di Scuole, la rappresentazione sociale dello psicoterapeuta e la paura di affrontare un compito nuovo, complesso ed impegnativo) restano senz'altro sullo sfondo rispetto al ruolo svolto dalla relazione terapeutica. Infatti, è proprio questa a rendere la psicoterapia una "esperienza affettiva profonda e paradigmatica" e perciò potenzialmente in grado di favorire quei cambiamenti positivi voluti dal paziente e che Freud identificò a suo tempo nella capacità di amare, lavorare e godere della vita. Ma la relazione terapeutica può essere valutata solo a posteriori e dopo un certo numero di sedute, allora come faremo a capire se ci troviamo di fronte a una potenziale "esperienza affettiva profonda e paradigmatica"?
Come abbiamo già osservato è un diritto del paziente richiedere e ricevere informazioni in anticipo sull'orientamento, le competenze e la gestione del setting da parte del professionista cui intende rivolgersi, ma ciò non è ancora sufficiente. Vediamo perché.

Già dal primo colloquio, dovremmo percepire una valida atmosfera terapeutica ossia un senso di fiducia nella possibilità di recupero dell'autonomia e delle competenze personali. Da un altro punto di osservazione si potrebbe dire: così come uno psicoterapeuta segue un percorso di formazione e di training più vicino ai suoi valori e al suo stile personale, allo stesso modo un paziente si sentirà a proprio agio quando la relazione terapeutica (che inizia già dal primo colloquio) è in sintonia con la propria intelligenza e sensibilità. Quindi se è vero che occorre un certo numero di sedute per valutare questa sintonia paziente-psicoterapeuta è altrettanto vero che il primo colloquio dovrebbe servire a comprendere l'esistenza delle condizioni necessarie, anche se non sufficienti, per proseguire o interrompere il rapporto terapeutico appena iniziato. Quindi il professionista durante il primo colloquio ha il compito di orientare il paziente verso un percorso terapeutico più adatto alle difficoltà presentate anche valutando la possibilità di un invio a un servizio pubblico o a un altro collega con caratteristiche professionali diverse.

Fonti
  • Bauman Zygmunt, Amore liquido, (2006). Sulla fragilità dei legami affettivi, Editore Laterza, Bari.
  • Massimo Grasso, (2010), La relazione terapeutica, Il Mulino, Bologna.
  • Nancy McWilliams, (2006), Psicoterapia psicoanalitica, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia, (2003), Analisi della domanda, Il Mulino, Bologna.






 

Dott.ssa Maria Anna Spaltro
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