Molte persone, pur avvertendo un disagio, una sofferenza psicologica o il desiderio di maggiore chiarezza su ciò che stanno vivendo, esitano a chiedere un primo colloquio.
Spesso ci pensano per mesi, a volte per anni. Non perché manchi la motivazione, ma perché sono presenti idee, immagini o convinzioni che rendono quel passo più difficile.
Dopo aver esplorato cosa accade nella prima seduta e come nasce una decisione consapevole di iniziare un percorso psicoterapeutico, è utile soffermarsi su ciò che spesso accade prima di quel primo incontro.
Sono molto comuni convinzioni o false credenze che non parlano della psicoterapia in sé, ma del modo in cui la immaginiamo: rappresentazioni interiori che possono generare dubbi, timore, confusione o senso di inadeguatezza.
Riconoscerle permette di avvicinarsi al primo colloquio con maggiore tranquillità e con uno sguardo più realistico su ciò che la psicoterapia offre.
1. “Se chiedo un aiuto professionale significa che non ho la capacità di affrontare i problemi da solo”
È una delle convinzioni più radicate.
Molte persone associano la richiesta di aiuto professionale a un’idea di inefficacia personale, come se resilienza ed empowerment coincidessero con il “farcela da soli”.
In realtà, riconoscere di avere un limite, un bisogno o un momento di difficoltà è una forma di maturità psicologica: implica consapevolezza, responsabilità e cura verso se stessi e verso gli altri.
La psicoterapia sostiene e sviluppa il senso di efficacia personale. Permette di orientarlo in modo più funzionale agli obiettivi che si vogliono raggiungere e favorisce un migliore adattamento alla realtà esterna.
2. “Il mio problema non è abbastanza grave per andare da uno psicologo”
Molti rimandano perché pensano che la psicoterapia sia riservata a chi vive una sofferenza intensa o una crisi acuta. È una visione “emergenziale” della cura psicologica, che non corrisponde alla realtà clinica.
La psicoterapia è utile anche quando si vive un malessere lieve ma persistente, quando si attraversa un cambiamento significativo, quando si sente di non essere più in equilibrio o quando si desidera comprendere meglio se stessi.
Non esiste una soglia minima di sofferenza per chiedere un aiuto professionale: esiste un bisogno, e quel bisogno è già un motivo valido.
3. “Non saprei cosa dire durante il colloquio”
Molte persone immaginano il primo colloquio come un momento in cui devono “portare una narrazione perfetta”, spiegare con precisione ciò che provano o presentare una sorta di diagnosi personale.
È un’idea comprensibile, soprattutto oggi in un contesto in cui l’autodiagnosi online è sempre più diffusa. Ne parlo anche nell’articolo “Salute mentale: i pro e i contro dell’autodiagnosi online”.
Questa immagine genera ansia anticipatoria, come se si dovesse affrontare un esame. In realtà, il primo colloquio non richiede alcuna preparazione.
È il terapeuta a guidare la conversazione, a porre le domande necessarie, a creare un contesto di fiducia in cui la persona possa raccontare ciò che riesce, nei tempi che sente.
Non serve avere le idee chiare: spesso è proprio il colloquio a portare chiarezza. Molti pazienti scoprono, già nel primo incontro, che parlare diventa più semplice di quanto immaginavano, perché non è un esame: è un dialogo.
4. “E se scopro cose che non voglio vedere?”
È un timore molto comune.
Un percorso terapeutico efficace procede secondo i tempi e le risorse cognitive ed emotive della persona: non le oltrepassa. Non si tratta di essere esposti a scoperte improvvise, ma di essere accompagnati con gradualità. È sempre il paziente a decidere cosa riferire e cosa tenere per sé.
5. “La psicoterapia dura anni: non è sostenibile economicamente e non ho tempo”
Questa idea è legata a una rappresentazione ormai superata della psicoterapia come percorso lungo, indefinito, quasi senza direzione. Oggi esistono approcci diversi, alcuni più focalizzati, altri più esplorativi.
La psicoterapia psicoanalitica che guida il mio lavoro è integrata con le più recenti conoscenze nel campo delle neuroscienze e della psicologia cognitiva.
La durata dipende da molti fattori: il tipo di difficoltà, gli obiettivi, il ritmo della persona, la fase della vita che sta attraversando. Molti percorsi sono brevi o medi, e comunque strutturati con obiettivi chiari e condivisi.
La psicoterapia non è un impegno infinito: è un investimento mirato, che permette di recuperare energie, lucidità e qualità di vita. Spesso il tempo “risparmiato” grazie a una maggiore chiarezza supera di gran lunga il tempo dedicato alle sedute.
6. “Ho paura di essere giudicato o di sentirmi inadeguato”
È una paura comprensibile: parlare di sé può far emergere vulnerabilità, dubbi, emozioni che si preferirebbe tenere nascoste. Molti temono di essere valutati, fraintesi o di mostrare parti di sé che considerano sbagliate.
Ma la psicoterapia fornisce un setting unico, regolato da un codice deontologico che garantisce rispetto, riservatezza assoluta (salvo rare eccezioni) e assenza di giudizio.
Il terapeuta non giudica la persona nel senso comune del termine: semmai si parla di giudizio clinico, che ha una funzione di comprensione, non di valutazione morale. Accompagna la persona nel rispetto reciproco dei ruoli e delle responsabilità.
La sensazione di inadeguatezza spesso si attenua proprio nel momento in cui si sperimenta un ascolto diverso, più profondo e non giudicante. Il colloquio clinico diventa “un luogo e un tempo” in cui si può essere come si è, senza dover dimostrare nulla.
7. “Gli psicologi danno la colpa ai genitori e alle esperienze del passato”
Analizzare le esperienze del passato o le relazioni precoci non ha lo scopo di colpevolizzare chi si è preso cura di noi, ma di comprendere ciò che è accaduto e perché.
Le esperienze precoci (in positivo e in negativo) influenzano la personalità e il modo in cui gestiamo le relazioni: lo mostrano innumerevoli studi, oltre all’esperienza clinica quotidiana.
Comprendere non significa attribuire colpe, ma riconoscere i fattori che hanno contribuito alla formazione dei nostri stili di attaccamento, delle nostre risorse e delle nostre fragilità.
8. “La mia precedente terapia l’ho interrotta: temo che sia altro tempo perso”
È un aspetto significativo, che secondo molti studi incide sulla decisione di intraprendere una nuova terapia. Accanto al timore, però, spesso c’è anche la speranza di vivere una relazione terapeutica diversa dalla precedente.
È utile distinguere tra interruzione, sospensione e conclusione della terapia.
- La conclusione avviene “naturalmente” quando paziente e terapeuta riconoscono di aver raggiunto gli obiettivi terapeutici, i cambiamenti desiderati, un miglioramento o la scomparsa durevole dei sintomi e programmato l’ultima seduta.
- La sospensione è una pausa concordata, spesso legata a motivi pratici (lavoro, famiglia, ospedalizzazione, gravidanza, viaggi, aspetti economici).
- L’interruzione riguarda invece dinamiche più profonde: alleanza terapeutica, difese prevalenti, stili di personalità, rappresentazioni di sé e dell’altro.
Una nuova terapia non è “tempo perso”: è un percorso diverso, con un terapeuta diverso, in un momento diverso della propria vita.
In sintesi
Le false credenze non sono ostacoli reali: sono immagini interiori che si sono formate nel tempo, spesso senza che ce ne accorgessimo.
Riconoscerle permette di avvicinarsi al primo colloquio con maggiore tranquillità, con uno sguardo più realistico sulla psicoterapia e con la possibilità di scegliere in modo più libero.
Il primo colloquio è un momento di chiarificazione: un’occasione per capire se la psicoterapia può essere un percorso utile per sé. Se sono questi timori a rallentare la decisione, è utile esserne consapevoli. È diverso, invece, prendersi del tempo per riflettere e informarsi: fa parte di una scelta responsabile.
Nota: per non appesantire il testo è stato usato il maschile secondo le tradizionali regole in uso nella lingua italiana.
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