Atti violenti sulle donne: una prospettiva psicologica

Atti violenti sulle donne: una prospettiva psicologica

Peter Fonagy, psicologo clinico e psicoanalista, afferma in Attaccamento e funzione riflessiva - Uomini che esercitano violenza sulle donne: una lettura alla luce della teoria dell’attaccamento (2001, p. 273),

che esistono due categorie di atti violenti: il Tipo 1 e il Tipo 2.

Il Tipo 1 rappresenta attacchi impulsivi scatenati da provocazioni minime “in uno stato che l’uomo aggressore definisce di rabbia incontrollabile e sopraffacente”. In particolare, come dimostrano molti studi clinici, ci si riferisce a “un gruppo di uomini rabbiosi, gelosi e depressi, spesso violenti con le loro partner”.

Il Tipo 2 rappresenta invece quegli atti violenti nei confronti delle donne come “attacchi premeditati di violenza “predatoria”. L’aggressore, scrive Fonagy, “pianifica con cura la violenza e l’attaccamento alla vittima è su base fantastica”. Di conseguenza risulta difficile attribuire tali comportamenti violenti a una “temporanea diminuzione della responsabilità”.

Sia il Tipo 1 e sia il Tipo 2, pur avendo in comune diverse caratteristiche, necessitano di modelli interpretativi diversi, ma si può affermare che entrambi i tipi di violenza sono legate a relazioni di attaccamento, reali o immaginarie. Adottare una prospettiva psicologica, sostiene Fonagy, non significa escludere le spiegazioni di tipo sociologico (prescrizioni culturali, tacita approvazione sociale, predominio maschile, eccetera) e nemmeno significa assumere atteggiamenti che sembrano giustificare tali atti violenti. Tuttavia assumere una prospettiva psicologica, suggerisce Fonagy, ci permette innanzitutto di comprendere il fenomeno su solide basi scientifiche.

D’accordo con Fonagy bisogna dire che purtroppo - comprendere - non basta. Le istituzioni dovrebbero mettere in campo programmi volti a migliorare le condizioni delle famiglie e non solo in termini economici. Il problema della violenza maschile conclude Fonagy non può essere affrontato senza sviluppare risorse per la prevenzione di cui spesso già disponiamo o di crearne di nuove se necessario. Personalmente ritengo che potrebbero essere implementati specifici programmi (come la Psicologia di Comunità insegna da lungo tempo) volti a sviluppare e sostenere le competenze di accudimento dei caregiver. E sarebbero molti utili anche programmi, ovviamente diversi per fasce di età, diretti a sviluppare, già dalla scuola dell’infanzia, pattern di interazione sociale dove la dimensione affettiva di sé e dell’altro ne sia la struttura fondante.

Fonte: Peter Fonagy e Mary Target, Attaccamento e funzione riflessiva, (2001). Raffaello Cortina Editore, Milano.

Immagine: Jorm Sangsorn, Adobe Stock.

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